La storia del tappeto

Sebbene ì libri sacri e gli scritti classici ci consentano una conoscenza abbastanza approfondita delle origini del primo manufatto annodato dell'umanità, non ci è finora giunta alcuna documentazione sicura circa la provenienza e la datazione della tessitura del primo tappeto della storia.

Tuttavia, per motivi scientifici e in base ad alcuni criteri sociologici, si suppone che la lavorazione del primo tappeto annodato del mondo sia opera di tribù nomadi. Che queste tribù abbiano sentito molto prima delle comu­nità sedentarie il bisogno di tappeti per ripararsi dal freddo, fortunatamente è un fatto documentato; come pure è noto che disponevano in grande abbondanza delle materie prime necessarie, quali la lana e i colori naturali; sappiamo anche che le necessità e le abitudini di vita delle tribù nomadi sono rimaste immutate.

Due scavi esplorativi eseguiti all’inizio del secolo in Siberia da alcuni archeologi russi e le relazioni scritte da esperti validissimi sui risultati di questi scavi ci sostengo­no e ci aiutano nella formulazione di ipotesi attendibili.

Circa sessant’anni fa, durante uno scavo guidato dal Kuzlov a Nouin-Oula, in Siberia, sotto alcune masse di ghiaccio fu trovato uno scrigno risalente all’incirca al 3 d.C. e contenente pochi frammenti di un tappeto. Questi frammenti, attualmente conservati nel Museo Hermitage di Leningrado, hanno una tessitura molto fitta. La lana si è mantenuta integra e lucida. Il disegno non è facilmente distinguibile a causa delle dimensioni ridotte dei reperti, e il colore prevalentemente usato è l’azzurro carico.

Ma il più antico tappeto esistente al mondo fu scoperto dal famoso archeologo sovietico Rudenko che nel 1947 trovò un frammento di tappeto che faceva parte origina­riamente dei finimenti di un cavallo. Il ritrovamento avvenne nelle tombe sepolte dal ghiaccio di nobili dignita­ri sciiti in viaggio nel deserto in una regione detta Pazyryk, sita a 80 km dal confine della Mongolia occi­dentale, sulla catena degli Aitai.

Questo frammento di tessuto è forse la prima opera umana avente la forma dei tappeti odierni. Per motivi storici, e data la somiglianza delle figure intessute in questo frammento con le immagini di guerrieri presenti nelle decorazioni di Persepolis, è possibile riferirne la datazione all’epoca achemenide. Il tappeto, le cui misure corrispondono a centimetri 200X183, ha nodi di tipo turco, ed è oggi custodito nel Museo Hermitage di Leningrado. La decorazione del bordo del tappeto Pazy­ryk è del tutto conforme al tipo di rappresentazione figurata ricorrente nel periodo achemenide (553-330 a.C.).

La fascia esterna è decorata da un motivo a ripetizione caratterizzato da fiabesche figure alate. All’interno di questa prima fascia trova posto una processione di cava­lieri alternativamente seduti, a cavallo o in piedi accanto all’animale in procinto di camminare; intervengono poi una fila di cervi maculati e nuovamente la decorazione iniziale con le figure alate.

La zona centrale presenta alcune stelle stilizzate a quattro punte: un motivo, questo, ricorrente anche nei reperti degli scavi del Luristan (Iran occidentale).

Il professor Rudenko è certo che questo manufatto annodato sia stato eseguito al tempo dei Medi o dei Parti (170 a.C. - 224 d.C.).

Diversa è l’opinione del Dimand, uno dei maggiori esperti di tappeti, secondo il quale il tappeto di Pazyryk rappresenta una miscellanea dei moduli decorativi tipici degli Assiri e degli Achemenidi. Egli ribadisce inoltre la propria convinzione che il luogo di provenienza sia l’Iran, citando, a dimostrazione della sua tesi, la somiglianza tra le immagini del Pazyryk con i motivi incisi su pietra dell'anno 640 a.C. relativi ad Assurbanipal e rinvenuti nella città di Ninive.

La tesi di un altro esperto, Ulrich Schurmann, è favorevole all'origine iraniana, e più precisamente azerbàijàna, di questo tappeto: mentre Jan Bennett crede che, data la distanza di 5.500 chilometri esistente tra la catena degli Aitai (zona del ritrovamento del tappeto Pazyryk) e i confini attuali dell'Iran, le probabilità che questo tappeto sia opera di tessitori persiani siano molto scarse. Riguardo alla storia, del tappeto Pazyryk, nel suo libro Rugs and Carpets of the world, egli indica nell’Asia orien­tale la vera culla dell'arte, della tecnica e della tessitura del tappeto alla cui lavorazione si dedicavano i popoli mongo­li; da fi furono in seguito portate nelle regioni occidentali dell’Asia, tra le quali l’Iran.

Questa tesi è confermata dalla certezza ormai acquisita che la tessitura esisteva già in epoca sassanide (224-641 d.C.): infatti, negli scavi relativi alla prima metà del III secolo d.C., cioè alla dinastia Sassanide, sono stati rinve­nuti alcuni tappeti a nodo turco e persiano.

Nel calendario cinese Suyi relativo agli anni 590-671 d.C., cioè al periodo immediatamente precedente l’estin­zione della dinastia sassanide, tra le merci prodotte dall’Iran e importate dalla Cina viene menzionato anche il tappeto.

Nel 638 d.C., anno in cui Khosroe, re dei Sassanidi, fu sconfitto dall’imperatore romano Eraclio, un prezioso tappeto broccato in oro detto “Primavera di Khosroe” e appartenente al palazzo reale di Tisfun, venne trafugato dai soldati. Il motivo per cui il tappeto era denominato “Primavera di Khosroe” stava nella decorazione, che mostrava un giardino ricco di fiori, uccelli e alberi.

La zona centrale rappresentava un bacino di acqua affiancato da ruscelli. Il fondo del tappeto era broccato in oro; i fiori, le foglie e gli alberi erano annodati con fibre di seta. A proposito di questo famoso tappeto, Lord Martin Conway ha pubblicato un minuzioso articolo, secondo il quale la maggior parte degli storici confonderebbe il tappeto Primavera di Khosroe, che è il più prezioso dei tappeti lavorati in Persia, col Baharestan che cadde nelle mani del nemico durante l’invasione araba.

Abu Jahfar Mohammad Tabari, che nacque nell’846 e morì nel 932, cita questo tappeto nella sua autobiografia: egli parla di un manufatto stupendo di fattura persiana detto Primavera di Khosroe e appartenente al palazzo reale di Tisfun, che negli scritti persiani era conosciuto come Taghe Kasra. La sua lunghezza corrispondeva a 450 passi e la larghezza a 90.

Le testimonianze tramandateci dagli storici rendono evidente che nella Persia non ancora invasa dalle truppe arabe (655-641 d.C.) lane detta tessitura del tappeto aveva quasi raggiunto b perfezione formata e sì propalava a un'ulteriore crescita. Questa crescita, purtroppo, conobbe una improvvisa crisi, e subì una battuta di arresto, durante i duecento anni in cui la Persia rimase sotto il dispotico dominio arabo; in seguito, con l’inizio della lotta per l’indipendenza della Persia, anche la lavorazione del tappeto rinacque e numerosi laboratori dì tessitura e tintura cominciarono a operare nell’Azerbaijan, nel Fars e nel Khorasàn.

Nell'anno 1057 i Turchi selgiuchidi conquistarono numerose zone del territorio persiano e sì stabilirono nell’Azerbaijan. nella parte centrale e occidentale del paese. In seguito a questa invasione, anche la loro lingua e la loro cultura diventarono parte del comune patrimonio etnico persiano, integrandosi all'arte e alla cultura indigene.

Conseguentemente, i disegni dei tappeti persiani dì questo periodo rispecchiano l'interazione culturale tra ì due gruppi etnici e sono fortemente influenzati da modelli

artistici selgiuchidi.

Non ci è giunto purtroppo alcun esempio dei manufatti persiani di quel periodo, ma possiamo osare un confronto con uno dei tappeti oggi consentii nella mosche di Alaeddin a Konya, capitale dei Selgiuchidi.

A questo proposito non è azzardato affermare che le decorazioni dei tappeti di quel momento storico, caratterizzate da una successione di linee geometriche e mai tondeggianti, non permisero che l'eleganza del prodotto finito raggiungesse il livello dei tappeti annodali in epoche successive. Lo splendore e la fioritura dell'arie del tappeto si protrasse in Persia fino all’avvento della dinastia Moghul (1219-1257) quando, con l’attacco sferrato dagli eserciti mongoli, le attività artistiche del paese accusarono un grosso colpo.

Secondo le testimonianze degli storici. il palazzo reale di Jenjis-Khan a Tabriz, era ricco di tappeti pregiati, opere di artisti del Fàrs.

Al tempo del dominio di Tamerlano sulla Persia (1380-1393), molte delle peculiarità artistiche del paese subirono radicali trasformazioni per mano del condottiero. In questa fase, con l’influenza del gusto figurativo cinese nell’artigianato persiano più raffinato (influenza che è stata paragonata all’influsso degli artisti italiani nell’ambito dell'attività artistica europea dei secoli XVII e XVIII), l'opera dei pittori persiani si avvicinò al suo apice. I motivi geometrici e le forme stilizzate lasciarono il posto a decorazioni tondeggianti e curvilinee.

Metaforicamente si può dire che questo evo determinò la nascita delle arti classiche in Persia.

In questa fase artistica entrano a far parte dei disegni persiani raffigurazioni di piante rampicanti, fiori di peonia, alberi di melograno, decorazioni a foglia di palma, funghi, figure di animali veri, come gatti selvatici, gazzelle e uccelli, o fiabeschi, come dragoni e grifoni.

Osservando le miniature del famoso pittore persiano Behzàd, presenti nel Bustàn, famoso libro di poesie di Sa’adi, o nel Safar-nàme (descrizione delle conquiste di Tamerlano), composto nel 1380, si possono facilmente comprendere le variazioni e le inversioni di tendenza registrate nelle decorazioni dei tappeti,

Alla fine del periodo timuride, specie durante il regno di Shàh-Rokh-Mirza (1408-1446), l’arte del tappeto ebbe un forte impulso. Le città di Samarcanda, Bukhara e in particolar modo Heràt, capitale della dinastia, rappresentavano i centri più importanti per la tessitura e il commercio di tappeti pregiati.

Dopo i Timuridi, i principi delle dinastie di Qara-Qoyunlu e Aq-Ooyunlu (una sorta di Guelfi e Ghibellini dell’epoca), stabilirono il loro centro politico a Tabriz. Qui furono creati splendidi esemplari di tappeti e da più parti si ritiene che anche i tappeti attribuiti al primo periodo safavide, provengano da questa città.

L’ambasciatore della Repubblica di Venezia alla corte dell’influente Ouzan Hassan (1469-1478), della dinastia di Aq-Qoyunlu, nelle sue relazioni fa spesso menzione dei tappeti preziosi visti nel palazzo reale. Certamente di quei tappeti oggi non rimane traccia, dato che i materiali che li componevano si deteriorano con facilità per azione di agenti esterni nocivi, quali tarme, umidità e anche per l’esposizione prolungata all’aria aperta (che, come sappiamo, favorisce l’ossidazione delle fibre).